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Vi sono luoghi del mondo che
bastano poche immagini splendide e mute
a descrivere. L’Appennino Dauno è tra quelli che richiede la parola, soprattutto
quella di chi lo vive e racconta. Perché così se ne colgono i toni discreti e le
storie complesse, i valori sommessi e profondi. Perché l’identità e
l’individualità si trovano nei caratteri diversi e molteplici dei suoi paesi e
della sua natura. E il tutto si mostra agli sguardi “lenti” e si cela a quelli
“veloci”. Perché la storia di questi luoghi è quasi sempre la piccola storia,
l’insieme delle piccole vicende, comunque storia di uomini.
E questo essi raccontano. Anche attraverso l’ambiente naturale e il paesaggio:
che le piccole e grandi imprese hanno suggerito e documentano. Tracce labili e
segni evidenti rinviano a fatiche, lotte e compromessi: alla quotidianità della
vita.
La molteplicità è la cifra che caratterizza l’Appennino Dauno e il suo
territorio e prelude ad una speciale ricchezza che si riconosce, si esalta nella
contiguità, nell’accostamento, nel succedersi dei paesaggi e delle colture; nei
frutti dell’ingegno e della creatività, nell’artigianato, nell’architettura e
nell’arte; nelle relazioni umane e sociali, nelle economie e nelle culture,
nelle tradizioni popolari e nelle abitudini alimentari, nell’ospitalità e
nell’offerta gastronomica.
Venite perciò a vedere, dai mille metri fino al fiume, le faggete, il bosco
ripariale e quelli ininterrotti di cerri e roverelle, i grandi rimboschimenti di
pino d’Aleppo e cipresso Arizona; e le vaste macchie di lecci, aceri, frassini,
carpini, noccioli, tigli, olmi, biancospini, robinie, sorbi; e le sorgenti, i
corsi d’acqua, le fontane, che popolano l’orizzonte di esili e sinuosi tratti di
verzura.
Spingetevi nelle zone più impervie e selvagge: potreste fantasticare su incontri
imprevisti, come quello delle fiabe e degli incubi, del sogno di tutti gli
studiosi: quello con il lupo, tornato di recente tra queste contrade. Venite a
vedere i centri storici e le campagne, la loro architettura popolare e
spontanea; e i monumenti, i conventi, le chiese, le cattedrali: testimonianze
tra le più alte dell’architettura religiosa meridionale; e le torri, le rocche,
i palazzi baronali e borghesi, i castelli, le fortezze, che in ogni angolo
raccontano i fastigi imperiali e federiciani, gli splendori e le miserie di un
sistema feudale frammentato e durato troppo a lungo. Ma anche i siti
archeologici e i reperti dei musei, che vi condurranno ai primordi delle civiltà
preistoriche locali, alle vicende di Roma, dei suoi alleati e dei suoi nemici e
a quelle quotidiane e silenziose dellacultura materiale e della civiltà
pastorale e contadina.
Immergetevi nei silenzi, nei grandi spazi solitari, nella dolcezza dei luoghi e
nella salubrità dell’aria. Sarete conquistati dalla laboriosità, dalle tecniche
e dalla tradizione che costituiscono il contesto ideale per la produzione e la
degustazione di una gamma di prodotti gastronomici in grado di proporsi al
piacere esigente di chi è stanco della omologazione e della standardizzazione.
La varietà e la complessità ambientale, la ricchezza e la persistenza delle
tradizioni, la condizione di "arco confinario" a cavallo di più regioni,
consentono, infatti, qui sui Monti
della Daunia Nord di garantire incontri enogastronomici inconsueti, in bilico
tra frugalità combinatoria - paste freshe, verdure, legumi e pani a comporre
minestre e primi piatti antichi e straordinariamente in sintonia con i gusti di
oggi - e non occasionale opulenza, fatta di carni, insaccati freschi e
stagionati, di selvaggina, di formaggi, di frutti e
prodotti del sottobosco. Laijanelle con il sanguinaccio, zanchette con la
rucola, maccheroni cacio e brodo, cecatelli al ragu di cotechino, mpanata
fagioli e cotica, lussima di pasta legumi e cereali, panunto, funghi arraganati,
'ncaficchijata di pane raffermo verdure e pancetta, salsiccia col pepone dolce e
forte, fegatazza, 'nnoglija, pancetta, cecatelli con funghi cardarelli, minestra
di agnello con asparagi di bosco, felloni con le amarene, piccillato, 'ranatell...
Le materie prime, gli ingredienti, il loro accostamento e la loro sapiente
manipolazione, i nomi spesso arcaici ed evocativi di legami ed epoche lontane e
insieme ancora vicine imbandiscono una mensa da "buon Appennino".
L’Appennino Dauno non è stato “pensato per i turisti”, ma costruito dagli uomini
che lo hanno abitato e vissuto, che lo abitano e lo vivono. E per quelli che lo
hanno attraversato e conosciuto. Che tuttora scelgono e sceglieranno di farlo.
Da cittadini, da visitatori, da turisti, da viaggiatori, da studiosi, da
artigiani, da artisti, da imprenditori, da albergatori, da ristoratori...
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